«Questa notte il mio grattacielo è il Razzo,» disse la ragazza. «Basta così, ho detto!»

Con una mossa sinuosa, lei si sottrasse alle mani di Jack, e corse via, passando davanti a un saturniano livido, alto due metri e mezzo, che era uscito a grandi passi da una parte, stringendo un lunghissimo fucile a raggi e inondandola di una luce azzurrina scintillante.


Asa Holcomb, con il respiro un po' affannoso, raggiunse la cima della piccola mesa a ovest delle Montagne della Superstizione dell'Arizona. Proprio in quel momento la parete della sua aorta si ruppe, e il sangue cominciò a filtrargli nel petto. Non ci fu alcun dolore, ma egli avvertì una debolezza strana, e un bizzarro senso di vertigine, e scivolò a sedere silenziosamente sulla roccia levigata e piatta, che conservava ancora un po' di calore della lunga giornata assolata.

Non rimase particolarmente sorpreso, né particolarmente impaurito. La debolezza sarebbe passata, oppure no. Il malore poteva essere passeggero… oppure no. Aveva saputo fin dall'inizio che quella breve arrampicata verso una buona posizione per osservare l'eclissi era una cosa pericolosa. Dopotutto, sua madre lo aveva avvertito che era pericoloso arrampicarsi da solo sulle rocce, settant'anni prima. Doppiamente pericoloso, con un'aorta sottile come carta velina. Ma valeva sempre la pena di correre qualsiasi rischio, pur di allontanarsi da solo, fare una piccola scalata, e osservare i cieli stellati.

I suoi occhi avevano indugiato, un po' malinconicamente, sulle luci della Mesa, ma subito dopo egli li sollevò. Quella sarebbe stata circa la cinquantesima volta in cui lui avrebbe visto la Luna sparire, ma quella notte lei pareva ancor più bella, nella fase di luce ramata, di quanto mai lo fosse stata in passato, molto più della melagrana che Proserpina aveva colto nel Giardino della Morte. La debolezza, il malore, non stavano passando.



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