La Llanvabon continuava la sua corsa attraverso lo spazio. Con estenuante lentezza l’indescrivibile luminosità avanzava, strisciante, e un po’ alla volta invadeva l’intera superficie delle visipiastre. Cancellava ormai alla vista una buona metà dell’universo. Davanti a loro si stendeva una nebbia ardente; alle loro spalle, un vuoto punteggiato di stelle. La nebulosità giunse poi a escludere alla loro vista tre quarti di tutte le stelle. Alcune delle più luminose continuavano a baluginare, fioche, attraverso la nebbia, vicino ai suoi bordi, ma erano assai poche. Infine, rimase soltanto una chiazza irregolare di buio a poppa, sul cui sfondo le stelle brillavano senza palpitare. La Llanvabon si era ormai tuffata dentro la nebula, e parve che penetrasse in una galleria di tenebra con pareti di nebbia scintillante.

Il che era proprio ciò che la nave spaziale stava facendo. Già le prime fotografie, alla maggiore distanza, avevano rivelato la presenza di strutture nella nebulosa. Non era un ammasso amorfo di gas. Man mano la Llanvabon aveva continuato ad avvicinarsi, le indicazioni d’una struttura si erano fatte più precise, e Tommy Dort aveva sostenuto la necessità d’un avvicinamento in curva per motivi fotografici. Così, la nave spaziale aveva compiuto l’ultima parte del viaggio seguendo una curva logaritmica, e Tom in tal modo era stato in grado di, prendere successioni di fotografie ad angoli sempre diversi, ottenendo così delle stereoscopie che mostravano la nebulosa a tre dimensioni; e questo aveva rivelato una struttura assai complicata fatta di ondulazioni simili a quelle d’un cervello umano. La nave si era appunto tuffata dentro una di queste cavità. Erano state chiame «fosse» per analogia con i profondi crepacci che incidevano il fondo degli oceani terrestri. E promettevano di essere assai utili alla missione della nave.



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