
Il comandante si rilassò. Oggigiorno, una delle funzioni d’un comandante è quella di cercare sempre qualcosa di cui preoccuparsi, e poi preoccuparsene. Il comandante della Llanvabon era assai coscienzioso, e soltanto dopo che un certo strumento non aveva registrato più nulla in modo tassativo, si era lasciato andare sullo schienale della poltroncina.
«C’era sempre la possibilità», dichiarò, «che queste fosse potessero risultar piene di gas non luminoso. Invece sono vuote. Così saremo in grado di usare l’iperpropulsione finché ci staremo dentro».
C’era un anno-luce e mezzo dal bordo della nebulosa al sistema della stella doppia che ne costituiva il cuore. Questo, appunto, era il problema. Una nebulosa è un gas. È talmente rarefatto che al suo confronto la coda di una cometa è solida, ma una nave che viaggia in iperpropulsione — ben oltre la velocità della luce — non deve urtare neppure contro un vuoto spinto (una rarefazione come quella ottenuta con le migliori pompe). Ha bisogno del vuoto puro, assoluto, come quello esistente fra le stelle. Ma la Llanvabon non avrebbe potuto far granché in quell’ammasso di nebbia se avesse dovuto limitarsi alle velocità consentite dal solo vuoto spinto.
La luminosità parve chiudersi del tutto dietro la nave spaziale, che continuava a decelerare. L’iperpropulsione si spense con l’improvvisa sensazione di risonanza metallica che percorre il corpo d’un uomo quando il campo iperpropulsivo viene staccato.
Poi, quasi nello stesso istante, i campanelli presero a squillare, invadendo l’intera nave col loro stridulo baccano. Tommy fu quasi assordato dal campanello d’allarme che risuonò nella cabina di comando, prima che il capitano lo facesse tacere con un colpo della mano. Ma in tutto il rimanente della nave si udirono squillare in distanza gli altri campanelli, il cui clangore andò via via spegnendosi al successivo rinchiudersi delle porte automatiche.
