
Invece non accadde niente, e dopo aver aspettato un bel po’, Lane osò scendere lungo il sentiero.
Si sentiva ancora scosso dopo aver percorso un chilometro. Dopo tre chilometri incominciò a respirare più liberamente, ma era ancora pallido quando, da un pendio, avvistò la roulotte di alluminio scintillante sotto il sole, a cinquecento metri da lui. Più avanti la valle degradava, e gli alberi agitavano i rami nella brezza. Tutto era splendido e sereno.
Avanzò ancora qualche passo e vide dell’altro. Vicino a una strana costruzione di rete metallica, alta trenta centimetri, c’era una donna robusta, in pantaloni, intenta ad osservare la rete.
Lane si avvicinò e sentì una voce di contralto che imprecava in termini decisamente poco ortodossi.
Lane tossì, e la donna alzò la testa per guardarlo. Il giornalista non ebbe più dubbi.
— Mi chiamo Lane — disse. — Dick Lane. Voi dovete essere la dottoressa Warren. A Murfree mi hanno detto che vi avrei trovata qui, e che avreste potuto aiutarmi.
— Un po’ difficile — rispose lei in tono seccato. — Di che cosa si tratta?
Lane le disse chi era, le parlò di “Pianure e foreste”, e le spiegò che cercava di scoprire qualcosa a proposito di un fenomeno che interessava molto gli sportivi. Molti capi di selvaggina venivano uccisi in modo insolito, e le stragi erano avvolte nel mistero. Lui s’era fatta un’idea alquanto inverosimile, ma sperava che una studiosa e una biologa come lei avesse notato qualche cosa di concreto.
La Warren lo guardò in modo strano. Poi puntò l’indice: — State parlando di quello?
Lane guardò: un mucchietto pietoso di piume arruffate, su un corpicino dal becco tagliente. C’erano anche delle uova infangate dalla pioggia.
— Una pernice morta nel suo nido — disse lei. Per quanto ancora scombussolato, Lane apprezzò lo spirito d’osservazione della Warren.
— Ce n’è un’altra mezza dozzina, morte così — continuò la donna, fissandolo attentamente. — Tutte nel raggio di quattrocento metri. La cosa mi è sembrata molto strana.
