La Warren si fregò le mani. — Certo! Ma adesso sappiamo come impedirgli di farci del male. Spero di catturarne uno e di scoprire qualcosa d’interessante.

— Se è quel che pensiamo, è pericoloso — disse Lane. — Dobbiamo cercare subito di mandarlo fuori. Mi sento responsabile: sono io che l’ho portato qui.

— Sciocchezze! — tagliò corto la Warren.

La scienziata aprì un armadio ricavato nella parete della roulotte e ne tolse alcuni lenzuoli piegati. Ne spiegò uno e lo gettò aperto, a Lane. Il lenzuolo si allargò in aria.

Subito il cane ringhiò al lenzuolo. Latrava e guaiva, con il pelo irto. La Warren si voltò di scatto, pallidissima. Il lenzuolo era finito a metà su uno sgabello, e in un punto, sotto l’altra metà, c’era qualcosa che si contorceva, si dimenava, emettendo un suono stridulo.

La “cosa” era rotonda, irregolare, aveva un diametro di oltre trenta centimetri e ora, prigioniera del lenzuolo, si agitava con violenza per liberarsi. Il cane, pazzo di terrore, digrignava i denti, e tutto scosso da un tremito convulso continuava a indietreggiare davanti all’orrenda cosa informe nascosta dal lenzuolo.

Lane si lanciò verso lo sgabello, afferrò il lenzuolo, e pieno di ribrezzo toccò la cosa chiusa nella tela. Grossa e invisibile, si dimenava, sibilava, fremeva, e occupava buona parte del lembo del lenzuolo. Vincendo l’orrore Lane lo tenne saldo, formò una specie di sacco e ne strinse con forza l’imboccatura. Era come un pallone di gomma chiuso in un sacco, ma i palloni non lottano contro la tela che li trattiene, né emettono quel sibilo agghiacciante.

Lane continuò a torcere il sacco, comprimendo il nemico in uno spazio sempre più piccolo. Poi, di colpo, non ci fu più niente: il sacco fatto col lenzuolo si afflosciò, e nell’aria si sparse un gran puzzo.

La Warren, china su di lui, gridava furiosamente: — Fermatevi! Fermatevi… — e poi, con grande disappunto: — Troppo tardi! L’avete ucciso!



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