Sedette, tolse di tasca il taccuino, e cominciò a scrivere, veloce e assorta. Il cane non s’era più fatto vivo. Fuori, c’era sempre quel sibilo sottile e rabbioso. Lane ascoltava.

— Niente paura — disse la Warren, come se gli avesse letto nella mente. — La “cosa” che avete ucciso non riusciva a sollevare il lenzuolo, perciò quelli di fuori non potranno mai rovesciare la roulotte!

Lane teneva gli occhi sulle finestre, non del tutto rassicurato. Vedeva le sagome degli alberi, il cielo azzurro e luminoso, le pendici già in ombra dei monti. Andò all’altro finestrino e guardò nella valle. L’ombra dei monti si stendeva sui minuscoli campi in basso. Lontano un avvoltoio planava lento e senza sforzo, e non una foglia si muoveva. Normalmente, in un pomeriggio cosi caldo, l’aria sarebbe stata piena di ronzii d’insetti e di cinguettii d’uccelli. Non un suono invece, tranne l’orrendo sibilo di quegli esseri che nessun uomo aveva mai visto e che erano degli assassini.

Lane tornò a sedersi. — Dobbiamo provare con il fuoco — dichiarò, pensoso. — E forse ci sono degli odori che quelli non sopportano. Troveremo bene il modo di disgregare il sistema di gas di cui sono costituiti. Li batteremo!

— Certo non possono essere indistruttibili — osservò la Warren. Esitò un istante. — I fuochi fatui e le fiamme delle paludi che rilucono nel buio esistono — riprese — ma mai nessuno li ha presi. E queste “cose”, probabilmente vivono dei gas della decomposizione, come noi ci nutriamo di cibo. Se è così, il fuoco potrebbe distruggerli.

Lane ascoltava con deferenza. Ma tendeva anche l’orecchio ai sibili esterni.

— I selvaggi dormono con il viso coperto e raramente senza un fuoco acceso: credono che spiriti e demoni abbiano paura della fiamma. E i… sì, quelle cose insomma, sapendo che gli uomini di solito si proteggono, li trascurano per accanirsi invece sugli animali.



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