
Qualcosa di invisibile gli sfiorò la faccia. Di notte ne sarebbe rimasto scosso, ma adesso il sole era alto nel cielo. Agitò la mano davanti a sé: gli pareva che ci fosse un filo di ragnatela sospeso nell’aria. Di nuovo. E di nuovo, Lane, impaziente, smosse l’aria, guardando giù a terra.
Da quando si occupava della faccenda, quello era uno spettacolo familiare, ma non certo gradevole.
Al suolo giacevano, morti, venti o trenta conigli selvatici, in un ammasso confuso. Dovevano essere lì da parecchi giorni, eppure non c’erano insetti: i mosconi non li avevano toccati. E neppure gli avvoltoi. Solo allora Lane si rese conto che l’assenza di insetti era un fatto da non trascurare. Sollevò la testa e la “cosa” che il giornalista aveva scambiato per una ragnatela lo toccò per la terza volta. Lui prese dalla tasca un fazzoletto, se lo premette sulla bocca e sul naso, poi, con un piede, rivoltò uno dei conigli.
Udì un lieve suono stridulo, ma non riuscì a capire che cosa fosse. I conigli erano morti tutti, e non c’erano tracce di ferite. Rimosse un’altra carcassa. Scoperte di quel genere ne erano già state fatte tante.
Lievi tocchi misteriosi sulla fronte, sulle guance.
Lane si premette di nuovo il fazzoletto sul volto e tornò ad osservare i corpi rigidi delle bestiole. Strano che dei conigli si riunissero in tanti, soprattutto per morire: i conigli non hanno nemici naturali che li circondino prima di ucciderli. Ancor più allarmante l’altra osservazione. I mosconi e gli altri animali non si erano accostati ai piccoli corpi pelosi, che erano assolutamente intatti. Sempre più perplesso, Lane notò l’assenza di fetore nell’aria. Stava chiedendosi il perché, quando i lievi tocchi cessarono.
Qualcosa gli si chiuse sul volto, bloccandogli narici e labbra. Sulla fronte avvertì una pressione lieve ma insistente. Faccia e collo erano come invischiati in una rete invisibile.
