
«Oh, guardate il mio corpetto,» esclamò Judith, spazzolandosi le gale sul petto. «Adesso dovremo pulirlo di nuovo. Non poteva farlo il servo?»
«Sta preparando il fuoco,» dissi, spingendo da sotto.
«La cuoca, allora.»
«Sta cucinando. Suvvia, un altro sforzo e ce l’avremo fatta.»
«Non sentite niente?» disse Judith, sgrullandosi la gonna. «Bess, sono arrivati?» gridò.
Attesi, tendendo l’orecchio per sentire il suono di zoccoli di cavallo, ma non udii niente.
Susanna era in piedi accanto al letto, tenendo il lenzuolo di lino. «Voi che ne pensate di questa visita, madre? Non ne avete mai parlato da quando ci è giunta notizia del suo arrivo.»
Che cosa potevo risponderle? Che avevo paura di quel giorno come non ne avevo mai avuta di nessun altro? Il giorno in cui era giunto il messaggio l’avevo preso dalle mani di Susanna e avevo tentato di comprenderne il significato, anche se me lo aveva dovuto leggere lei perché io non avevo mai imparato a leggere. «A mia moglie,» c’era scritto. «Arriverò a Stratford il dodicesimo giorno di dicembre.» Fin da quel giorno avevo conservato il messaggio, cercando di capire che cosa volesse dire, ma non ero riuscita a decifrarne il significato. A mia moglie. Arriverò a Stratford il dodicesimo giorno di dicembre. A mia moglie.
«Ho avuto molto da fare,» dissi. Diedi una bella spinta al materasso e lo lasciai cadere sulla base. «I lavori in vimini per la sala, la cottura del pane, i letti da rifare.»
«Non è venuto per il funerale dei genitori, né per quello di Hamnet, e nemmeno per il mio matrimonio. Perché viene adesso?»
Sprimacciai il materasso, premendone gli angoli in modo che rimanesse liscio e morbido.
«Se la casa fosse troppo piena di ospiti potrete venire da noi in campagna, madre,» disse Susanna. Spiegò il lenzuolo e me lo porse. «O se lui… sarete sempre bene accolta, a casa nostra.»
