
«È a casa con la febbre,» rispose lei, voltandosi verso Susanna. La gorgiera emise un rumore sinistro. «E il tuo?»
«A visitare un paziente a Shottery,» disse Susanna, sempre gentile. «Sarà qui fra non molto.»
«Perché hai scelto quell’azzurro sconveniente, Susanna?» disse Joan. «Judith, il tuo colletto è così piccolo che si vede appena.»
«Ma almeno non fa rumore,» replicò Judith.
«Non ti riconoscerà, Judith, per quanto è diventata tagliente la tua lingua. Eri una bambinetta quando è partito. E non riconoscerà neanche voi, buona sorella Anne, con quell’aria così pallida e invecchiata. Lui non avrà questo aspetto, ne sono certa. Ma del resto non è vecchio come voi.»
«No, e nemmeno così occupato,» dissi. Presi la coperta dalla ringhiera e la sistemai sul letto.
«Mi ricordo benissimo quando andò a Londra, Anne. Voi dicevate che non lo avreste mai più rivisto. Adesso che cosa dite?»
«Non è ancora qui, e fra poco sarà buio,» disse Susanna. «Io dico che non viene più.»
«Mi domando che cosa penserà mio fratello delle figlie impertinenti che ha fatto crescere,» disse Joan.
«Non ci ha fatto crescere lui,» disse Susanna, piccata, e Judith esclamò quasi all’unisono: «Almeno non fingiamo di…»
«Non discutiamo,» dissi, mettendomi fra loro e la zia. «Siamo tutte stanche e preoccupate perché si è fatto così tardi. Buona sorella Joan, mi ero dimenticata di dirvelo. Proprio oggi è giunto un dono da lui, una coppa d’oro e d’argento. È sopra il tavolo, nell’atrio.»
«Oro?» disse Joan.
«Sì, e argento. Una grossa coppa per il ponce. Vi accompagno a vederla.»
«Scendiamo, allora,» disse lei alzandosi dalla cassapanca con gran rumore, come una vela gonfiata dal vento. Risollevai il coperchio.
«Sono arrivati!» gridò Elizabeth. Irruppe nella stanza con il cappuccio del mantello a penzoloni dietro la schiena e le guance rosse come mele. «Sono in quattro! A cavallo!»
