«Stavo già male quando sono tornato,» disse lui. «Come sembra lontano. Tre anni. Ero malato, ma tu mi hai fatto star bene come prima. Ho tanto freddo. È inverno?»

Desiderai che John fosse già lì. «È aprile. È la febbre che ti fa sentire freddo.»

«Era inverno quando sono tornato, ricordi? Una giornata fredda.»

«Sì, una giornata fredda.»


Era rimasto seduto sul suo cavallo. Gli altri erano smontati. Il più anziano e grosso di loro piegato in due, le mani sulle ginocchia come se dovesse riprendere fiato, i due più giovani che si strofinavano le mani per il freddo. Un cane bianco gli correva fra le gambe, abbaiando stupidamente. I giovani avevano barbe a punta e volti ancora più aguzzi, anche se dai loro abiti si capiva che erano dei gentiluomini. Il padrone del cane, se tale era, aveva una gorgiera grossa il doppio di quella di Joan, l’altro un cappuccio marrone con piume rossastre strappate a un gallo da cortile.

«Non avrei dovuto togliervi la piuma dal cappello, madre.» disse Susanna. «Vanno di moda.»

«Oh, guardate.» esclamò Joan uscendo a fatica dalla porta. «Non è cambiato di un capello!»

«Qual è mio nonno?» chiese Elizabeth, la manina sempre stretta alla mia.

Si girarono verso di noi, quello piumato con il volto astuto di una volpe, quello con la gorgiera con un’espressione istupidita. L’uomo piegato in due si raddrizzò con un gemito che attirò l’attenzione del cane. Il farsetto era imbottito e rigonfio, quasi l’uomo volesse apparire largo il doppio della sua circonferenza. «Andiamo, Will, andiamo,» disse voltandosi a guardarlo, sempre in sella al suo cavallo. «Siamo giunti alla casa sbagliata. Queste signore sono troppo giovani e belle per essere la tua famiglia.»

Joan rise, un suono chioccio come il coccodè di una gallina.



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