Continuando lungo la lista, Cassidy si avvicinava sempre più al punto critico mentre la tensione nervosa cresceva. Poi ci arrivò e disse: — V1098. Anècord, uno.

— Morbleu! — disse Blanchard con gli occhi che lampeggiavano. — Ho detto prima e ripeto adesso, mai stato…

— L’anècord è nella sala radio, signore — interruppe frettolosamente McNaught.

— È così? — Cassidy diede un’altra occhiata all’elenco. — Allora, perché è registrato insieme con le dotazioni della cucina?

— Era sistemato in cucina alla partenza, signore. È uno di quegli strumenti portatili la cui migliore sistemazione è stata lasciata a noi.

— Hum-m-m! Allora avrebbe dovuto essere trasferito nella lista della sala radio: perché non l’ha trasferito?

— Pensavo che fosse meglio attendere la sua autorizzazione, prima di farlo.

Gli occhi da pesce espressero soddisfazione. — Certo è un’ottima idea, la sua, capitano. Lo trasferirò subito. — Tracciò una croce sulla voce a pagina nove, scrisse le proprie iniziali, la trasferì a pagina sedici, scrisse ancora le iniziali. — V1099. Collare con scritta, cuoio… ah, sì, l’ho visto. Lo portava il cane.

Lo spuntò. Un’ora più tardi entrò pomposamente nella sala radio. Burman si alzò, raddrizzò le spalle ma non poté impedire alle sue mani e ai suoi piedi di muoversi nervosamente. I suoi occhi erano spalancati e leggermente protesi verso McNaught in silenziosa implorazione. Era come un uomo che avesse un porcospino nelle brache.

— V1098. Anècord, uno — disse Cassidy con il suo tono abituale che non ammetteva assurdità. Muovendosi a scatti come un automa un po’ fuori fase, Burman allungò una mano a toccare una piccola scatola con il davanti pieno di quadranti, interruttori e luci colorate: sembrava un frullatore come può immaginarselo un radioamatore. Abbassò un paio di interruttori e le luci si accesero e rimbalzarono in affascinanti combinazioni.



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