
Burman ebbe un’idea brillante: — Quando siamo partiti, un mucchio di cose diverse sono state sbattute nell’entrata, nei corridoi e nella stiva e abbiamo dovuto cercare in mezzo al mucchio per riporre ogni cosa al suo posto, si ricorda? Questo anècord potrebbe essere in qualsiasi posto, adesso. Non è detto che sia per forza sotto la mia responsabilità o quella di Blanchard.
McNaught fu d’accordo e ammise l’idea: — Gregory, Worth, Sanderson, o uno degli altri forse si stanno baloccando con l’aggeggio. Dovunque sia, deve essere trovato, o deve esserne registrato il consumo.
Uscì. Burman, ingrugnito, si rimise la cuffia e ricominciò a giocherellare con il suo apparecchio. Un’ora più tardi, McNaught tornò indietro con la faccia scura.
— Certo! — annunciò con ira. — Una cosa del genere non esiste sulla nave. Nessuno ne sa niente. Nessuno sa fare altro che supposizioni!
— Ci faccia una croce e lo dichiari perduto — suggerì Burman.
— Cosa? adesso che siamo solidamente piantati a terra? Lei sa come me che una perdita o un danno devono essere segnalati quando avvengono. Se dico a Cassidy che l’anècord è partito nello spazio, vorrà sapere quando, dove, come e perché non è stato segnalato. Ci sarà un bel bordello se quell’affare per caso valesse un mezzo milione di crediti. Non posso passarci sopra semplicemente con un gesto della mano.
— E allora, cosa si può fare? — domandò Burman, avviandosi inconsciamente dritto nella trappola.
— Una cosa, una sola cosa — annunciò McNaught: lei costruirà un anècord.
A Burman si rizzarono i capelli. — Chi? Io?
— Lei, e nessun altro. In ogni modo sono certo che la cosa sia una trappola sua.
— Perché?
— Perché è uno di quei nomignoli tipici che si usano per i suoi aggeggi. Scommetto un mese di paga che l’anècord è una specie di sarchiapone scientifico. Qualcosa che ha a che fare con gli ultrasuoni, forse. Forse uno strumento per l’accostamento cieco.
