
In quel preciso istante, Carr provò la sensazione di “È cominciato”. Anche se non aveva la più pallida idea di cosa fosse cominciato. L’immenso sipario non si era sollevato d’un solo centimetro, ma qualcuno era corso fuori lo stesso. Un’altra parte della sua mente stava pensando che quella, era solo una candidata un po’ strana (ma quanti di loro non lo erano?) e che lui avrebbe fatto meglio a darsi da fare con lei.
Rivolto alla ragazza, arcuò le labbra in un sorriso: — Mi sembra di non essere ancora in possesso del vostro modulo, signorina…
La ragazza spaventata non rispose.
Carr volle metterla più a suo agio e proseguì: — Non che abbia importanza. Possiamo discutere della faccenda mentre aspettiamo che l’impiegato lo porti.
La ragazza continuava a non guardarlo.
— Suppongo che abbiate già riempito il modulo con la richiesta e che vi abbiano mandata da me — aggiunse, un po’ drastico.
Poi vide che la ragazza tremava e fu conscio d’un silenzio che non aveva niente a che fare con i normali rumori. Gli giungevano ancora agli orecchi il rat-ta-ta-tat delle macchine per scrivere, il brusio delle conversazioni della coppie intervistatore-candidato agli altri tavoli, il clic delle lastre dal cubicolo chiuso dalla tenda in cui qualcuno veniva sottoposto alla prova della vista: tutti i rumori consueti dell’Agenzia Generale di Collocamento. E al di là di questi, l’incessante borbottio di Chicago che aumentava e calava scandito dal passaggio dei treni della metropolitana.
Ma l’altro silenzio continuava. Perfino il rimbombante ticchettio del grande orologio sulla parete, che scandiva i minuti e a volte faceva trasalire Carr, non l’interrompeva.
Era come se tutti quei rumori, l’intero ufficio, Chicago, ogni cosa, fossero diventati un puro fondale inanimato per quella ragazza dal volto di gesso, insaccata nel giubbetto, le braccia rinserrate intorno a sé, le mani strette ai gomiti appuntiti, che lo fissava inorridita.
