
Per qualche incredibile ragione pareva aver paura di lui.
Si era fatta piccola piccola sulla sedia, con gli occhi cerchiati di bianco fissi su di lui. Mentre seguiva con lo guardo i movimenti della ragazza, Carr si avvide che un altro brivido la stava attraversando. Si umettò il labbro superiore con la punta della lingua. Poi disse, con voce fievole e terrorizzata: — D’accordo, mi avete preso, ma non tiratela per le lunghe. Non giocate con me. Fatela finita.
Carr controllò l’impulso di esibire una smorfia d’incredulità. Se ne uscì in una risatina e replicò: — So quello che provate. Entrare in una grande agenzia di collocamento sembra un tuffo orrendo. Ma non v’incateneremo a un cannone — proseguì in un improvvisato tentativo d’umorismo — né vi manderemo a Buenos Aires. Questo, per adesso è ancora un paese libero.
La ragazza non reagì. Carr si guardò intorno, sempre più inquieto. Quell’innaturale silenzio gli stava rodendo i nervi: una sensazione di stordimento che gli faceva accapponare la pelle come se stesse per venirgli l’influenza. Divagò con la mente, alla ricerca d’un motivo per quel suo cambiamento d’umore. Sapeva che doveva essercene uno, ma era talmente onnicomprensivo che non riusciva a identificarlo. I nomi importanti, sulle mappe, erano sempre i più difficili da trovare.
La bionda in carne era sempre sulla soglia. Il suo atteggiamento sottolineava che era lei la padrona di quel posto, o di qualunque altro dove fosse entrata. I suoi occhi parevano più bianchi di quanto avrebbero dovuto essere, e non del tutto a fuoco, anche se ciò non diminuiva, ma piuttosto intensificava l’impressione di una famelica e penetrante ostilità.
