
— Oh, ciao Marcia, tesoro — si affrettò a rispondere.
— Caro, Keaton mi ha fornito qualche altro particolare sul nuovo affare che ha in mente. Credo che sia proprio un’idea brillante. È già pronto a procedere.
— Dal poco che mi hai detto, mi è sembrato piuttosto abile — rispose cauto Carr. La sua prima ondata di calore si era un po’ smorzata. Mentre si frugava nella mente cercando il modo migliore di accomiatarsi da Marcia, il suo sguardo tornò al piccolo dramma che si stava svolgendo dall’altro lato della parete di vetro. La bionda si era seduta accanto alla ragazza spaventata e le aveva preso la mano. Sembrava che gliela stesse accarezzando. La ragazza spaventata continuava a guardare diritto davanti a sé: disperatamente, pensò Carr.
— E così, naturalmente, ho parlato di te a Keaton. Tesoro, è molto interessato. Vuol proprio vederti questa settimana. Significa un vero lavoro per te, Carr.
Carr provò un vago senso di costernazione che non gli era nuovo. — Ma Marcia…
Quella voce fluente e fiduciosa lo interruppe. — Ne riparleremo stasera. È davvero una splendida possibilità. Ciao tesoro.
Sentì un clic. Mise giù l’apparecchio e si preparò a sentirsi depresso oltre che annoiato. Dio, se soltanto Marcia avesse smesso quei suoi tentativi di far di lui un successo (un lavoro per un procacciatore di lavori, che risate) quando un rumore di passi agitati gli fece alzare lo sguardo.
La ragazza spaventata si stava avvicinando alla sua scrivania.
La bionda abbondante l’aveva seguita fino alla porta della parete di vetro, si era fermata lì e continuava a tenerle gli occhi addosso.
La ragazza spaventata prese posto sulla sedia dei candidati.
Si girò a metà verso Carr, ma non lo guardò negli occhi. Si strinse il giubbetto di lana intorno alla gola con un gesto che parve a Carr comicamente drammatico, come se stesse per dire: “Sono mezzo congelata”, oppure “Non m’impiccheranno… vero?”, o “Tesoro, le tue mani mi fanno paura”, o anche soltanto: “Mio Dio, il gas!”
