
Invece la sua mente stava cercando una motivazione più logica della psicosi che in qualche modo giustificasse quel comportamento, come se fosse convinto che quella motivazione esistesse davvero e che lui dovesse assolutamente scoprirla.
D’un colpo solo la macchia sulla sua mano sinistra, quel modo vagamente intellettuale di contrarre i lineamenti, l’inquieto ingobbirsi delle spalle e le lunghe, irregolari curve con cui i capelli castani vi ricadevano sopra, parvero suggerire mille cose.
In qualche maniera lui era rimasto coinvolto.
Amore? Sarebbe andato bene in un romanzo rosa. Qui era necessaria una spiegazione molto ma molto più plausibile.
Quel senso d’inanimazione tutt’intorno a lui continuava a opprimerlo, anzi, si era fatto più intenso. In qualche punto, durante gli ultimi minuti, aveva superato il confine tra l’ordinario e lo straordinario, era divenuto qualcosa di più dello straordinario. Ma come faceva lui a saperlo quando non c’era un solo iota di prove concrete e aveva soltanto l’intuizione a sostenerlo?
— Chi è quella donna che vi segue? — le chiese a bassa voce. — È una di loro?
Il terrore le riaffiorò sul viso. — Non posso dirvelo. Per favore, non chiedetemelo. E non guardatela. È importante che si convinca che non l’avete vista.
— Ma come potrebbe pensare altrimenti dopo che si è piantata in quel modo accanto a voi?
— Per favore, oh, per favore! — Quasi piangeva. — Non posso dirvi il perché. Solo… è terribilmente importante che ci comportiamo con naturalezza, che diamo l’impressione di far ciò che dovremmo fare, qualunque cosa sia… Possiamo?
Carr la studiò. Sì, vide chiaramente che era proprio sull’orlo d’una crisi isterica. — Sicuro — annuì. Si rilassò sullo schienale della sua poltroncina, le sorrise e alzò un poco la voce: — Che tipo di lavoro pensate sia più consono alle vostre capacità, signorina…?
