
— Lavoro? Oh sì, è per questo che sono venuta qui, non è vero? — Per un attimo lo fissò, impotente. Poi, in fretta, con le parole che incespicavano le une sulle altre, riprese a parlare: — Vediamo: so suonare il pianoforte… anche se non molto bene. Soprattutto musica classica. L’ho studiata molto però. Un tempo volevo diventare concertista… E ho recitato in una filodrammatica. So leggere i libri molto in fretta. Narrativa, intendo. So districarmi molto bene nelle biblioteche. E me la cavavo discretamente a tennis… — La sua grottesca animazione si raggelò. — Ma non sono affatto queste le cose che volete sapere, non é vero?
Carr scrollò le spalle. — Mi aiuta a formare un quadro. Una volta anch’io recitavo da dilettante all’università. — Mantenne discorsivo e distratto il tono della voce. — Avete già fatto qualche lavoro regolare?
— Una volta leggevo libri per un editore. Soltanto narrativa però. E per un po’ ho lavorato nello studio di un architetto.
— Avete imparato a leggere i progetti? — le domandò.
— I progetti? — La ragazza rabbrividì. — Non molto, temo. Odio i disegni d’ogni genere, a meno che non siano talmente ingarbugliati che io soltanto so che sono disegni. Sì, i disegni sono trappole: disegni, progetti… Una volta che si comincia a vivere secondo un progetto, gli altri sanno come controllarvi, come impadronirsi di voi. — Si sporse in avanti in atteggiamento confidenziale, agganciando con le dita il bordo della scrivania. — Oh, sono brava a giudicare la gente. Devo esserlo, e suppongo che dobbiate esserlo anche voi. — Quell’inesprimibile domanda le riaffiorò nello sguardo. — Davvero non sapete chi siete? — gli chiese con voce sommessa. — Non l’avete ancora scoperto? Dovete essere quasi sui quaranta. Di sicuro, durante tutto questo tempo… Oh, ma dovete saperlo.
