
Carr si sentì afferrare da una profonda inquietudine. Esitò, poi si piegò lentamente in avanti dal punto in cui si trovava, fino a quando il suo viso fu a una trentina di centimetri soltanto da quello dell’uomo basso e grasso.
L’uomo non reagì, non parve vederlo per niente e continuò a parlare alla poltroncina vuota, guardando attraverso lui come se fosse trasparente.
— Oh è un lavoro sporco, non c’è dubbio. Ho avuto la mia porzione di problemi con la pelle. Ma posso resistere.
— Smettetela — gli ingiunse Carr.
— No, l’ho passato dopo essere stato là tre mesi. — L’uomo era amichevolmente enfatico. — Stavo per diventare ispettore di ruolo. Avrei ricevuto la nomina ufficiale con le relative marche dei contributi.
Carr rabbrividì. — Basta — scandì con voce ben chiara. — Smettetela.
— Certo, ogni genere di cose. Magnetismo circolare e longitudinale. Parti di macchine, forgiature, saldature, centinature…
— Basta — ripeté Carr afferrandolo saldamente per le spalle.
Quello che accadde poi fece desiderare a Carr di non averlo fatto. Il volto dell’uomo basso e grasso s’imporporò a chiazze, come quello di un bambino arrabbiato. Un’intensa pulsazione si trasmise alle mani di Carr. E dalle labbra dell’uomo uscì un crescente borbottio senza senso.
Carr balzò all’indietro. Si sentì debole e vile, impotente come un neonato. Si allontanò fino a quando non si trovò dietro a Tom Elvested che era impegnatissimo con un candidato.
Riuscì a malapena ad alzare la voce fino a un sussurro.
— Tom, ho un uomo che si comporta in modo strano. Vuoi aiutarmi?
Carr vide sull’altro lato della stanza un uomo dai grandi baffi camminare con passo spigliato. Gli corse accanto, continuando a fissare con apprensione l’uomo basso e grasso, il quale stava ancora seduto accanto alla sua scrivania col volto tutto arrossato.
