
— Dottor Wexler — farfugliò — ho una specie di balordo tra le mani, e credo stia per avere una crisi. Volete…
Ma il dottor Wexler proseguì senza rallentare e scomparve dietro la tenda nera del cubicolo per i test della vista. Nell’istante in cui Carr guardava i due lembi della tenda nera ricongiungersi dietro la schiena del dottore, un improvviso spasimo d’estremo terrore lo afferrò, come se qualcosa di gigantesco e ostile fosse in bilico dietro di lui… Non osò sollevare la testa, né alzare lo sguardo: non fece una sola mossa.
Era come il brivido momentaneo che aveva avvertito quando nessuno aveva reagito allo schiaffo. Soltanto, assai più intenso.
I suoi sentimenti erano un po’ come quelli di un uomo al museo delle statue di cera che parli a una guida e scopra di essersi rivolto a una delle statue.
I suoi pensieri paralizzati si sbloccarono d’un tratto e fulmineamente afferrarono l’analogia, affrontandola morbosamente.
Se tutto il mondo fosse stato un museo di figure di cera? In movimento, naturalmente, come tanti meccanismi d’orologio, ma del tutto meccanici, senza una mente o uno scopo?
E se lui, una statua di cera come tutte le altre, si fosse d’un tratto animato e avesse abbandonato il suo posto lasciando che lo spettacolo andasse avanti senza di lui perché era solo un grande meccanismo del quale non gli importava, o che addirittura neppure sapeva se lui fosse presente o no.
Ciò avrebbe spiegato quell’uomo basso e grasso che stava facendo la sua parte in un’intervista all’agenzia di collocamento: una sorta di giocattolo meccanico che continuava a funzionare lo stesso anche senza il suo partner. E avrebbe anche spiegato perché Tom e il dottor Wexler l’avevano ignorato.
Sì… se tutto questo fosse stato vero.
Se i confini del mondo fossero stati più vicini a voi della mente che pensavate si trovasse dietro la faccia alla quale vi rivolgevate?
