
L’uomo strinse con mano vigorosa il niente, si girò e si allontanò. Carr lo seguì con lo sguardo mentre usciva. Un sorriso che era per metà divertito, ma nervoso, e per metà di sollievo gli aleggiò sulle labbra.
La signorina Zabel arrivò ondeggiando con un mucchio di cartelle d’archivio.
— Giuro che le farò a pezzi e le donerò alla ricerca medica — gemette, rivolta a Carr.
Carr ridacchiò: la sua sensazione di normalità era stata ripristinata.
2
Carr fece i gradini bordati di ottone a tre per volta, attraversò l’atrio e varcò con una spinta la porta rotante, cosa che lo faceva sempre sentire come uno scoiattolo in gabbia, e si unì alla folla che sciamava verso il Michigan Boulevard.
L’illuminazione stradale cominciava a integrare la luce crepuscolare imprigionata fra le mura degli edifici come in tanti canyon. Gli strilloni urlavano. Le fermate degli autobus e le isole pedonali di dubbia salvezza erano affollate come le scale che conducevano alle lunghe banchine dei treni della metropolitana. Dalle ampie porte dei garage multipiano le automobili stavano lentamente uscendo a scaglioni insinuandosi nel denso traffico. Altre macchine erano bersaglio di raffiche di clacson quando si fermavano un attimo per far salire altri passeggeri. Solitari pedoni sfrecciavano tra i paraurti in un modo che avrebbe fatto sussultare chiunque in una città meno babelica di Chicago.
A Carr pareva sempre meraviglioso potersi smarrire nel ritmo delle ore di punta fuggendo dall’Agenzia Generale di Collocamento, e ritrovarsi dove gli individui erano individui e non soltanto un assortimento di capacità di lavoro, livelli di salario e referenze scritte. Naturalmente, Marcia avrebbe ridato fiato a quell’angosciosa questione del lavoro, applicandola direttamente a lui… ma non per il prossimo paio d’ore, grazie a Dio!
