
Gli altri intervistatori erano ancora indaffarati, ognuno con la propria fetta di disoccupati in cerca di lavoro che, come un lento fiume, s’insinuavano nel raccordo anulare di Chicago, convergendo sull’Agenzia Generale di Collocamento, per poi andarsene di nuovo per la propria strada, senza una mèta, come tante formiche che stessero affluendo dentro e fuori da un buco, altrettanto indifesi come se cercassero di sfuggire alla rotazione d’un tacco gigantesco.
A Carr pareva che qualunque altra cosa fosse più interessante della gente. Ma un’occhiata al grande orologio gli disse che erano soltanto le quindici e trenta, e la prospettiva di un’ora e mezzo vuota gli pareva ancora peggiore di una piena di gente, non importava quanto stupida e priva di vita fosse.
E fu proprio allora che la ragazza spaventata entrò nella sala d’attesa. Si sedette, senza guardarsi intorno, su una delle panche — di legno e con lo schienale alto — più simili ai banchi d’una chiesa.
Carr l’osservò attraverso il massiccio pannello di vetro che rendeva ogni cosa, lì nella sala d’attesa, silenziosa e lievemente irreale. Era soltanto una ragazza con un giubbetto di lana. Il tipo universitario, un po’ ricercato, i capelli scuri che le ricadevano disordinatamente sulle spalle. E nervosa, anzi, spaventata. Una ragazza comune, a ogni modo. Non aveva niente di molto interessante, o di grazioso.
Eppure… era come se Carr fosse rimasto seduto per ore davanti a un sipario con la certezza che, ormai, non si sarebbe mai più sollevato, quando d’un tratto qualcosa (chissà cosa… un trepestio di piedi nel pozzo dell’orchestra, un lieve smorzarsi della luce, la sensazione che un attore stesse sbirciando attraverso uno dei fori appositamente ricavati nel pesante tessuto) gli dette l’impressione che, forse, non sarebbe stato tanto doloroso aspettare ancora un po’.
