— Ahi, i miei piedi!

Carr si guardò intorno. I lineamenti della signorina Zabel erano distorti nella simulazione d’un intenso dolore mentre raccoglieva le schede registrate dalla sua scrivania.

— Vi fanno male i piedi? — le chiese, solidarizzando.

La donna annuì. Il suo ruvido e ingovernabile ciuffo di capelli si agitò deciso. — Siete fortunato voi — dichiarò. — Potete starvene seduto a una scrivania.

— Può essere altrettanto penoso.

Lei lo fissò scettica e si allontanò ancheggiando.

Lo sguardo di Carr tornò con un guizzo alla ragazza spaventata. C’era stato un cambiamento. Qualunque cosa avesse fatto prima, ora non lo faceva più. Non si mordeva più le labbra, non si torceva le dita. Sedeva del tutto immobile, guardando diritto davanti a sé, le braccia aderenti ai fianchi.

Un’altra donna era entrata nella sala d’attesa. Una bionda piuttosto in carne, bella alla maniera delle bionde raffigurate sui manifesti, con un’acconciatura tanto perfetta da sbalordire. Eppure, il vestito confezionato su misura la faceva sembrare mascolina. Aveva una bocca crudele e c’era qualcosa di strano nei suoi occhi. Parecchie categorie lavorative balzarono alla mente di Carr: impiegata alla ricezione, modella (forse un po’ troppo massiccia però), addetta agli acquisti, investigatrice privata. Si era fermata subito all’interno della porta d’ingresso, guardandosi intorno. Vide la ragazza spaventata. Si diresse subito verso di lei.

Il telefono sulla scrivania di Carr si mise a ronzare.

Mentre prendeva il ricevitore, Carr notò che la bionda esuberante si era fermata davanti alla ragazza spaventata e aveva abbassato lo sguardo su di lei. Gli sembrò che la ragazza spaventata fingesse in modo piuttosto patetico d’ignorarla.

— Sei tu Carr — disse la voce all’apparecchio.

Provò un’ondata di piacere. Era strano l’effetto che poteva fare il semplice suono della voce della donna desiderata, quando tutti i pensieri su di lei l’avevano lasciato freddo.



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