
Ora, quando un vampiro si dà alla latitanza, come diciamo noi, quando smette di bere sangue e resta sepolto nella terra, presto diventa troppo debole per risuscitare, e piomba in uno stato onirico.
In quello stato assorbivo torbidamente le voci, le circondavo di immagini nate per reazione, come fanno nel sonno i mortali. Ma a un certo punto, negli ultimi cinquantacinque anni, incominciai a «ricordare» ciò che ascoltavo, a seguire i programmi d’evasione, ad ascoltare i notiziari e le parole e le musiche delle canzoni.
E a poco a poco incominciai a comprendere la portata dei cambiamenti subiti dal mondo. Incominciai ad attendere informazioni specifiche su guerre e invenzioni e su certi nuovi modelli del linguaggio.
Poi cominciai ad acquisire coscienza di me. Mi accorsi che non sognavo più. Pensavo a ciò che avevo udito. Ero sveglio. Giacevo sottoterra ed ero assetato di sangue vivo. Incominciai a dirmi che forse tutte le mie vecchie ferite si erano rimarginate. Che forse avevo ritrovato la forza. Che forse quella forza s’era addirittura accresciuta, come sarebbe accaduto con l’andar del tempo se non fossi mai stato ferito. E desideravo accertarlo.
Cominciai a pensare incessantemente di bere sangue umano.
La seconda cosa che mi ridestò completamente, anzi il fattore scatenante, fu la presenza vicino a me d’un complesso di giovani cantanti rock che si chiamava Satan’s Night Out.
Si erano stabiliti in una casa nella Sesta Strada, a meno di un isolato dal luogo dove dormivo sotto casa mia in Prytania, vicino al Cimitero Lafayette, e avevano cominciato a provare la loro musica rock in soffitta, intorno al 1984.
Sentivo il piagnucolio delle chitarre elettriche e il loro canto convulso. Valeva quanto le canzoni che ascoltavo alla radio e allo stereo, anzi era più melodico dì tanti altri. Era carico di sentimento nonostante il martellare della sezione ritmica. La tastiera elettrica sembrava un clavicembalo.
