
Coglievo immagini dai pensieri dei suonatori: mi dicevano che aspetto avevano e che cosa vedevano quando si guardavano tra loro o allo specchio. Erano giovani mortali snelli, scattanti e adorabili, androgini e un po’ selvaggi nel modo di vestire e nei movimenti: due maschi e una femmina.
Quando suonavano, soffocavano quasi tutte le altre voci amplificate che rintronavano intorno a me. Ma non mi dispiaceva.
Volevo alzarmi e unirmi al complesso Satan’s Night Out. Volevo cantare e ballare.
Ma non posso dire che all’inizio il mio desiderio fosse motivato da grandi pensieri. Era piuttosto un impulso, abbastanza forte per richiamarmi dalla sepoltura.
Rimasi incantato dal mondo della musica rock… i cantanti potevano urlare parlando del bene e del male, autoproclamarsi angeli e diavoli, e i mortali si alzavano e applaudivano. A volte sembravano incarnazioni della follia pura. Tuttavia era abbagliante, da un punto di vista tecnologico, la complessità della loro performance: era barbara e cerebrale in un modo che, pensavo, il mondo del passato non aveva mai visto.
Naturalmente quel delirio era una metafora. Nessuno di loro credeva agli angeli e ai diavoli, anche se ne assumevano la parte alla perfezione. Solo gli interpreti dell’antica commedia italiana sapevano essere altrettanto sconvolgenti e inventivi e lubrichi.
Eppure erano incredibilmente nuovi gli estremi ai quali portavano la brutalità e la sfida, e il modo in cui venivano abbracciati dal mondo, tanto dai più ricchi come dai più poveri.
E poi, c’era qualcosa di vampiresco nella musica rock. Doveva apparire sovrannaturale anche a coloro che al sovrannaturale non credevano. Alludo al fatto che l’elettricità poteva protrarre una nota all’infinito, al modo in cui era possibile sovrapporre armonia ad armonia fino a quando ti sentivi dissolvere nel suono. Era eloquente, quella musica. Il mondo non l’aveva mai posseduta in nessuna forma.
