
— E mi lasceresti nelle grinfie di Marilyn? — Risero tutti e due. — Torno subito. — Jason attraversò lo spiazzo libero fino all’ascensore e premette il pulsante.
Quando entrò nell’appartamento, capì immediatamente che Marilyn era fuori di sé. Il suo viso era contratto e devastato dall’ira; il corpo si era talmente raggrinzito da dare l’impressione che stesse cercando di divorare se stessa. E gli occhi. Erano ben poche le cose di una donna che potevano mettere a disagio Jason, ma quei due occhi ci riuscirono. Perfettamente rotondi, con le pupille dilatate, lo trafiggevano mentre lei se ne stava lì a fissarlo a braccia conserte. Tutto in lei era duro e freddo come l’acciaio.
— Forza, sentiamo — disse Jason, e si mise subito a cercare una posizione di vantaggio. Di solito, anzi praticamente sempre, riusciva a controllare una situazione nella quale fosse coinvolta una donna; in effetti, era la sua specialità. Ma adesso… si sentiva a disagio. E lei continuava a non aprir bocca. Il viso, sotto il trucco, era completamente esangue, come se Marilyn fosse stata un cadavere rianimato. — Vuoi un’altra audizione? — chiese. — È questo?
Marilyn scosse la testa facendo segno di no.
— Okay. Dimmi di cosa si tratta. — Jason era stanco ma irrequieto. Però escluse l’inquietudine dalla voce; era troppo astuto, troppo pratico del mondo per permettere a Marilyn di fiutare la sua incertezza. “In un confronto diretto con una donna quasi il novanta per cento è bluff, per entrambe le parti. Dipende tutto da come, non da cosa.”
— Ho una sorpresa per te. — Marilyn si girò, scomparve in cucina. Lui la seguì.
— Tu dai ancora la colpa a me perché non hai avuto successo nelle due… — cominciò.
— Ecco qua. — Marilyn sollevò una borsa di plastica dallo scolapiatti, la tenne in mano per un attimo, con il viso ancora esangue e duro, gli occhi fissi e sbarrati; poi aprì la borsa, la fece ruotare nell’aria, si avvicinò velocissima a lui.
