
Accadde tutto in fretta. Jason indietreggiò d’istinto, ma troppo lentamente e troppo tardi. La spugna avvolgente di Callisto, una specie di massa gelatinosa, lo avviluppò con i suoi cinquanta tubi di suzione, si ancorò al suo petto. E lui sentì subito i tubi penetrargli dentro.
Balzò verso gli armadietti pensili, afferrò una bottiglia di scotch piena a metà, svitò il tappo con dita rapidissime e versò il liquido ambrato sulla creatura gelatinosa. I suoi pensieri erano diventati lucidi, addirittura brillanti. Non si lasciò prendere dal panico, ma restò lì a versare il liquore sulla creatura.
Per un momento non accadde nulla. Jason riuscì a mantenere la calma e a non abbandonarsi al terrore. Poi la cosa si riempì di bitorzoli, si raggrinzì, si staccò dal suo petto, cadde sul pavimento. Era morta.
Debolissimo, si sedette al tavolo di cucina. Si trovò a lottare per contrastare lo svenimento: alcuni dei tubi di suzione gli erano rimasti dentro, ed erano ancora vivi. — Non male — riuscì a dire. — Mi hai quasi fregato, piccola barbona fottuta.
— Non quasi — ribatté Marilyn Mason in tono piatto, privo di emozione. — Qualche tubo di suzione ti è rimasto dentro, e tu lo sai. Te lo leggo in faccia. E una bottiglia di scotch non li farà uscire. Niente li farà uscire.
A quel punto, Jason svenne. Intravide il pavimento grigioverde corrergli incontro ad abbracciarlo, poi ci fu il vuoto. Un vuoto che non conteneva più nemmeno lui.
Dolore. Aprì gli occhi, si toccò il petto con un gesto automatico. Il suo vestito di seta da sartoria era svanito. Indossava un pigiama di cotone da ospedale ed era sdraiato su una barella. — Dio — disse con le labbra contratte, mentre i due infermieri spingevano il lettino nel corridoio dell’ospedale in tutta fretta.
Heather Hart era china su di lui, ansiosa; ma, come Jason, perfettamente padrona di sé. — Ho capito che qualcosa non andava — gli disse in fretta, mentre gli infermieri lo portavano dentro una stanza. — Non ti ho aspettato sull’aerauto. Sono scesa a cercarti.
