
— Te lo dico dopo. — Jason tolse la mano dal microfono. — Sì, tesoro, sono proprio Jason, nel suo vero corpo reincarnato. Cosa c’è? Mi sembri a pezzi. Ti sfrattano un’altra volta? — Strizzò l’occhio a Heather, sorridendo di sbieco.
— Scaricala — disse Heather.
Coprendo di nuovo il microfono con la mano, Jason le disse: — Ma certo. Ci sto provando, non vedi? — Poi tornò a parlare al telefono. — Okay, Marilyn. Vomita tutto. Sono qui per questo.
Marilyn Mason era stata la sua protégée, per così dire, per due anni. Lei voleva diventare una cantante, essere famosa, ricca e amata come lui. Un giorno si era avventurata nello studio, durante le prove, e lui l’aveva notata. Visino teso e preoccupato, gambe corte, gonna troppo corta: com’era sua abitudine, Jason aveva catalogato tutto alla prima occhiata. E, una settimana più tardi, le aveva procurato un’audizione alla Columbia Records, con il direttore del settore a r, “Artisti e Repertorio”.
Quella settimana erano successe molte cose, che però non avevano nulla a che vedere con il canto.
Marilyn gli strillò all’orecchio: — Devo vederti. Se no mi uccido, e tu resterai col senso di colpa. Per il resto della vita. E racconterò a quella tizia, quella Heather Hart, che andiamo a letto insieme da sempre.
Jason sospirò tra sé. All’inferno, era già stanco, logorato dall’ora del suo show, tutto sorrisi, sorrisi, sorrisi. — Passerò il resto della notte in Svizzera — disse deciso, come se stesse parlando con una bambina isterica. Di solito, quando Marilyn era in uno dei suoi stati d’animo accusatori e semiparanoidi, funzionava. Ma, naturalmente, quella volta non fu così.
— Ti ci vorranno cinque minuti per arrivare qui, con la tua Rolls da un milione di dollari — gridò Marilyn al suo orecchio. — Voglio solo parlarti per cinque secondi. Ho qualcosa di molto importante da dirti.
“Probabilmente è incinta” pensò Jason. “Forse si è dimenticata di prendere la pillola, o magari l’ha fatto apposta.”
