La ragazza ridacchiò abbondantemente, disse che be’, questo era da vedersi e sparì. Ignorando la mano tesa di Ferd, Oscar saltò sulla bicicletta francese e se ne andò. Ferd rimase sull’entrata a guardare le due figure che, piegate sui manubri, si allontanavano nella strada per il parco. Rientrò lentamente.

Era quasi sera quando Oscar ritornò, sudato ma sorridente. Un bel sorriso ampio. — Ehi, che bambola! — gridò. Scosse la testa, fece dei gesti e dei rumori simili a una fuga di vapore. — Ragazzi, oh, ragazzi, che giornata!

— Dammi la bicicletta — chiese imperioso Ferd.

Oscar disse, già, certo; gliela consegnò e andò a lavarsi. Ferd guardò la bicicletta. Lo smalto rosso era coperto di polvere; era costellata di fango, sporcizia e fili d’erba secca. Sembrava profanata, degradata. Quando la inforcava si era sentito come una rondine…

Oscar uscì, bagnato e raggiante. Mandò un grido di sgomento, accorse.

— Stai alla larga — esclamò Ferd, gesticolando con il coltello.

Tagliava e squarciava i pneumatici, il sellino e la copertura dei sellino.

— Sei pazzo? — gridò Oscar. — Ma che dai i numeri? Ferd, no, non farlo, Ferd…

Ferd spezzò i raggi, li piegò, li contorse. Prese il martello più pesante e appiattì il telaio in una cosa informe: continuò a battere finché rimase senza fiato.

— Non solo sei pazzo — disse Oscar amaro — sei anche geloso marcio. Ma vai all’inferno. — E se ne andò a grandi passi.

Ferd, cocciuto e disgustato, chiuse e tornò lentamente a casa. Non aveva voglia di leggere, spense la luce e si buttò sul letto, dove giacque sveglio per ore ascoltando i rumori frusciami della notte, con pensieri roventi e contorti.

Dopo di che non si parlarono più per parecchi giorni, se non per le necessità del lavoro. Il relitto della bicicletta francese giaceva dietro il negozio. Per circa due settimane nessuno dei due uscì dal retro per non doverla vedere.



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