Quando la galleria chiudeva, alle sei, lei azionava il sistema d’allarme, abbassava la saracinesca e si recava in Market Street a prendere il tram che l’avrebbe portata a casa. La sera guardava la televisione e parlava molto al telefono, accoccolata vicino alla finestra. Non sembrava che uscisse spesso.

Un pomeriggio, mentre lei era al lavoro, l’uomo chiamato Ben Fry s’intrufolò nel suo appartamento. Esaminò i suoi abiti, i documenti, i file sul computer e tutto il resto. Scoprì che si chiamava Penny Morgan, che aveva ventitré anni e che era fidanzata con un giovane di nome David Embry, studente di dottorato all’Università della California a Los Angeles. I genitori vivevano a San Mateo con la sorella minore. Penny scriveva loro molte e-mail, così come a David e a un discreto numero di amiche. L’uomo chiamato Ben Fry trovò questi messaggi molto affettuosi e pieni di calore. L’idea che si fece di Penny fu di una persona entusiasta e allegra: nelle foto presenti nell’appartamento appariva sempre sorridente, con gli occhi pieni di luce e soddisfazione.

Pensò che gli ci sarebbero volute ancora due o tre settimane prima di essere pronto a ucciderla.


Così, mentre Penny Morgan andava al lavoro alla galleria d’arte, scriveva e-mail agli amici, trascorreva lunghe ore in amorevole conversazione telefonica con il fidanzato, l’uomo chiamato Ben Fry si preparava ad assassinarla. E lo faceva, come sua abitudine, con cura meticolosa. Si recò in aereo in cinque città diverse con cinque identità differenti. Si procurò parte del materiale in un posto, e il rimanente in altri luoghi. Usava sempre e solo i telefoni pubblici, raramente si serviva dei computer, e raramente si recava due volte dallo stesso fornitore. Non lasciava mai tracce.



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