
Era una buona tecnica. Aveva sempre funzionato. Sempre, tranne una volta.
Salì quindi sulla torre e inspirò una boccata d’aria. Aprì gli occhi e premette il bisturi sulla pelle anestetizzata della coscia, lacerandola. Si lasciò sfuggire un verso gutturale. L’incisione non era più lunga di tre centimetri, ma nonostante la lidocaina il dolore era insopportabile, i nervi erano in fiamme. Estrasse la lama. Passò qualche istante, poi il sangue iniziò a uscire a fiotti, colando lungo l’interno della coscia. Con gli occhi fissi sulla ferita, il respiro accelerato, l’uomo chiamato Ben Fry lasciò cadere il bisturi dalle dita tremanti e ne sentì il tonfo sordo sul telo di plastica.
All’esterno echeggiò un clacson. La pioggia notturna picchiava sui vetri. Respirando affannosamente, l’uomo chiamato Ben Fry proseguì l’operazione. Da un’altra vaschetta prese una capsula poco più grande della nocca del suo pollice, di un materiale morbido e gelatinoso, simile a quello delle lenti a contatto. Ma in questo caso era rigido e spigoloso alle estremità, come se avessero scordato di smussare una parte in eccesso. Metà della capsula conteneva una sostanza rossa, l’altra metà una sostanza azzurra. L’aveva fatta preparare in una città e aveva acquistato il contenuto in altre due.
L’inserimento della capsula nel corpo fu anche più doloroso dell’incisione. A un certo punto, mentre la premeva a fondo nel tessuto adiposo, l’agonia sembrò avere il sopravvento. Gli occhi si velarono, e quasi perse i sensi. Emise un altro gemito sordo, pensò alla torre, vide il dolore scarlatto dalla torre fredda, azzurra, lontana.
L’operazione era conclusa. Avvertì una sorta di risucchio mentre estraeva il dito dalla ferita umida. La capsula era inserita.
