Venne così il momento di tornare alla finestra. Si sedette nelle stesso punto occupato da Penny quando telefonava al fidanzato. Le tendine lo nascondevano, ma non gli impedivano di vedere all’esterno. Scrutò i passanti, tre piani più in basso: Penny non c’era. Era ancora troppo presto.

Con un sospiro si predispose all’attesa, senza staccare gli occhi dalla strada. Solo una volta il suo sguardo si spostò sulle istantanee incorniciate: Penny che rideva abbracciata a David, Penny con il golden retriever della sorella, Penny con i genitori, la sorella, il cane, sorridenti davanti all’albero di Natale.

L’uomo chiamato Ben Fry distolse gli occhi, li riportò sulla strada. Automaticamente, cominciò a pensare alle fasi successive dell’operazione, una per una, per controllarle. Si tranquillizzò.

E finalmente, eccola. Erano le 18.27 e Penny Morgan stava arrivando a piedi, salendo dalla fermata del tram verso casa. Aveva con sé la grande borsa che usava come portadocumenti. Il tessuto bianco delle tendine filtrava la sua immagine, rendendola sfocata, ma l’uomo chiamato Ben Fry la vedeva ugualmente e rimase lì seduto a guardare la ragazza finché lei non entrò nell’edificio.

Allora si alzò e si mise ad attenderla sulla soglia della cucina, esattamente come aveva previsto.


Penny Morgan si fermò nell’atrio a ritirare la posta, sfogliandola mentre saliva le scale. Era stanca e un po’ giù di morale; aveva cominciato a pensare che lavorare in una galleria d’arte non fosse così eccitante come aveva sperato.

Sospirò. Nella posta, solo fatture e volantini. Li stipò nella tasca esterna della borsa e armeggiando un po’ estrasse le chiavi. Aveva raggiunto il pianerottolo del terzo piano.



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