Per la terza volta fu sopraffatto dalla bellezza della canzone appena terminata, una sinfonia triste che fece percepire all’omino con gli occhiali la pressione delle foglie che lo sovrastavano, anche se si era in estate e ci sarebbero voluti mesi prima che cominciassero a cadere. La loro caduta era inevitabile, diceva la canzone di Christian, per tutta la loro vita le foglie serbavano dentro di sé il potere di morire ed era questo che dava colore alla loro esistenza. L’omino con gli occhiali pianse… ma quando la canzone finì e gli altri Ascoltatori se ne andarono, lui si nascose nei cespugli ed aspettò.

Questa volta la sua attesa venne ricompensata. Christian uscì dalla casa e camminò tra gli alberi e si diresse verso il luogo in cui l’omino con gli occhiali era in attesa. Egli ammirò il modo semplice e disinvolto con cui Christian camminava. Il compositore doveva avere trent’anni, eppure c’era qualcosa di infantile nel modo in cui si guardava attorno, nel modo in cui camminava senza meta pronto a fermarsi per sfiorare con la punta delle dita (senza romperlo) un ramoscello caduto.

— Christian — disse l’omino con gli occhiali.

Christian si voltò, sorpreso. In tutti quegli anni nessun Ascoltatore gli aveva mai parlato. Era proibito. Christian conosceva la legge.

— È proibito — disse Christian.

— Ecco — disse l’omino con gli occhiali, porgendogli un piccolo oggetto nero.

— Che cos’è?

L’omino fece una smorfia. — Prendilo. Appena schiacci il bottone, suona.

— Suona?

— Musica.

Christian spalancò gli occhi. — Ma questo è proibito. Non posso permettere che la mia creatività venga inquinata dall’ascolto del lavoro di un altro musicista. Questo mi renderebbe imitativo, non sarei più originale.

— Stai recitando — disse l’ometto. — Stai solo recitando quelle parole. Questa è musica di Bach. — C’era venerazione nella sua voce.



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