
— Non posso — disse Christian.
Allora l’ometto scosse la testa. — Tu non sai. Tu non sai che cosa perdi. Ma io l’ho sentito nelle tue canzoni quando sono venuto qui anni fa: tu vuoi questo.
— È proibito — ripeté Christian; per lui, il fatto che un uomo volesse compiere un atto, pur sapendo che era proibito, era sconvolgente, e non riusciva a scuotersi da quell’evento inaudito, e quindi non capì che ci si aspettava che lui facesse qualcosa.
Si udirono alcune voci e passi in lontananza e l’omino ebbe improvvisamente paura. Corse verso Christian, gli cacciò a forza il registratore nelle mani e poi sparì in direzione dei cancelli della riserva.
Christian prese il registratore e lo sollevò in una chiazza di luce che filtrava dagli alberi. Emanava un brillio opaco. — Bach, — disse Christian. E poi: — Chi diavolo è Bach?
Ma non si liberò del registratore. Né lo diede alla donna che venne a chiedergli per quale ragione l’omino con gli occhiali si fosse trattenuto. — È rimasto per almeno dieci minuti.
— Io l’ho visto solo per trenta secondi — rispose Christian.
— Ebbene?
— Voleva che ascoltassi dell’altra musica. Aveva un registratore.
— Te l’ha dato?
— No. Ma non l’ha ancora con sé? — chiese Christian.
— Deve averlo lasciato cadere nel bosco.
— Ha detto che era Bach.
— È proibito. Questo è tutto quello che devi sapere. Se trovassi il registratore, Christian, conosci la legge.
— Lo darò a lei.
Lei lo guardò attentamente. — Lo sai cosa succederebbe se ascoltassi quelle cose.
Christian annuì.
— Molto bene. Lo cercherò anch’io. Ci vediamo domani, Christian. E la prossima volta che qualcuno resta, non parlargli. Limitati a tornare a casa e a chiudere a chiave le porte.
— Lo farò — disse Christian.
