
E questo non mi piaceva per niente.
Riprovai la manovra, e lo Skydiver oppose ancora resistenza. Ma questa volta c’era anche qualcosa d’altro. C’era qualcosa che mi tirava.
Allora slacciai la rete di sicurezza, e precipitai a capofitto nel muso della nave.
L’attrazione era leggera, circa un decimo di g. Più che cadere, ebbi la sensazione di affondare nella melassa. Mi arrampicai di nuovo sul sedile, mi legai con la rete: e poi, sospeso a faccia in giù, accesi il dittafono. Raccontai l’episodio con meticolosa precisione, in modo che i miei ipotetici ascoltatori non potessero dubitare della mia sanità mentale. — Credo sia accaduto proprio questo, ai Laskin — conclusi. — Se l’attrazione aumenta, tornerò indietro.
Se lo credevo? Non ne avevo mai dubitato. Quella strana, dolce attrazione era inspiegabile. Qualcosa d’inspiegabile aveva ucciso Peter e Sonya Laskin. Come volevasi dimostrare.
Intorno al punto in cui doveva trovarsi la stella di neutroni, le stelle sembravano punti sbavati di colore a olio, sbavati radialmente. Mi guardavano rabbiose, con una luce che feriva gli occhi. Appeso nella rete a faccia in giù, mi sforzai di riflettere.
Passò un’ora, prima che ne fossi sicuro. L’attrazione cresceva. E la discesa doveva durare ancora un’ora.
C’era qualcosa che tirava me, ma non l’astronave.
No, era assurdo. Che cosa poteva raggiungermi, attraverso uno scafo della General Products? Doveva essere vero il contrario. Qualcosa spingeva la nave, la spingeva fuori rotta.
Se la situazione fosse peggiorata, avrei potuto usare il motore per compensarla. Intanto, l’astronave veniva spinta lontano dalla BVS-1, e per me andava benissimo.
Ma se mi sbagliavo, se la nave non veniva spinta chissà come lontano dalla BVS-1, il reattore avrebbe lanciato lo Skydiver direttamente in quelle undici miglia di neutronio.
