
E perché il reattore non si era già acceso? Se la nave veniva deviata dalla rotta, il pilota automatico doveva opporre resistenza. L’accelerometro funzionava perfettamente. Mi era sembrato a posto, quando avevo fatto il giro d’ispezione nel tubo d’accesso.
Era possibile che qualcosa premesse sulla nave e sull’accelerometro, ma non su di me?
Era sempre la solita impossibilità: qualcosa che poteva penetrare in uno scafo della General Products.
All’inferno, la teoria, mi dissi. Me ne vado. Dissi al dittafono: — L’attrazione è cresciuta in misura pericolosa. Cercherò di modificare l’orbita.
Naturalmente, quando avessi fatto girare la nave con la prua verso lo spazio e avessi attivato il reattore, avrei assommato la mia accelerazione alla forza incognita. Sarebbe stata una forte tensione, ma per un po’ ce l’avrei fatta a sopportarla. Se fossi arrivato a meno d’un miglio dalla BVS-1 avrei fatto la fine di Sonya Laskin.
Lei doveva aver atteso, sospesa a faccia in giù dentro una rete come la mia, senza accendere il motore: aveva atteso fino a quando la pressione era salita e la rete le era affondata nella carne, fino a che la rete s’era spezzata e l’aveva lasciata cadere nel muso della nave, dove lei era rimasta, schiacciata e stritolata, fino a che la forza incognita aveva strappato anche i sedili e glieli aveva scagliati addosso.
Accesi i giroscopi.
I giroscopi non avevano la forza sufficiente per farmi ruotare. Riprovai per tre volte. Ogni volta, l’astronave ruotava di circa cinquanta gradi e restava lì, immobile, mentre il ronzio dei giroscopi diventava sempre più acuto. Appena mollavo, la nave immediatamente scattava di nuovo in posizione. Stavo a muso in giù rispetto alla stella di neutroni, e così sarei rimasto.
Mezz’ora di discesa, e la forza incognita era superiore a un g. I miei seni nasali erano in tormento. I miei occhi erano maturi, pronti a cader fuori. Non so se sarei riuscito a sopportare una sigaretta, ma non ebbi la possibilità di fare la prova. Il pacchetto di Fortunados mi era caduto dalla tasca, quando ero piombato nel muso dell’astronave. Adesso era là, a un metro e venti dalla portata delle mie dita, a dimostrare che la forza incognita agiva su altri oggetti, oltre me. Affascinante.
