
Sedeva da più di un’ora su un seggiolino di plastica azzurra avente per gambe tubi metallici imbullonati al pavimento, in una fila di persone sedute su seggiolini di plastica azzurra aventi per gambe tubi metallici imbullonati al pavimento, dirimpetto a una fila di persone sedute su seggiolini di plastica azzurra aventi per gambe tubi metallici imbullonati al pavimento, quando (come ebbe a dire lei stessa): «Mi è venuta l’ispirazione».
Quel giorno scoprì che, grazie a una semplice torsione e un leggero scivolamento — una cosa più facile a farsi che a dirsi — poteva raggiungere qualsiasi luogo, trovarsi dovunque desiderava, perché era già tra due piani di volo.
Si era così ritrovata a Strupsints, regione facilmente accessibile di geyser e di vulcani, forse un po’ troppo tridimensionale, ma eterna favorita dei viaggiatori alle prime armi. Nella sua inesperienza, e temendo di perdere il volo, rimase solo un paio d’ore, poi ritornò all’aeroporto. Constatò subito che nella sua normale esistenza non erano passati che pochi attimi. Felicissima, scivolò via una seconda volta e si trovò a Djeyo. Si fermò per due notti in un alberghetto dell’Agenzia, con i balconi che si affacciavano sulle onde color ocra del Mare di Somue. Fece lunghe passeggiate sulla riva, si tuffò nelle acque gelide, ma frizzanti e dorate — «come nuotare in un bicchiere di whisky e soda», ebbe poi a riferire — e conobbe alcuni simpatici turisti provenienti da altri piani d’esistenza.
I piccoli e inoffensivi indigeni di Djeyo, che non s’interessano degli altri e non scendono mai a terra, rimasero per tutto il tempo a sedere in cima alle palme da mandorla, contrattando tra loro, spettegolando e cantandosi l’un l’altra i dolci e brevi canti d’amore che li caratterizzano.
Quando si risolse — con riluttanza — a ritornare all’aeroporto per registrarsi, era passata una decina di minuti. Poco più tardi s’imbarcava sul suo volo.
