La salita era ripida, perfino da quel lato del Pugno, che pure era il versante meno impervio. Circa a metà del percorso, i cani, sempre con l’idea del cibo, si misero ad abbaiare e a strattonare. Di nuovo, Chett fece gustare loro la punta dello stivale, colpendo con una frustata quello grosso e brutto che gli aveva ringhiato in faccia. Dopo averli messi alla catena, andò a fare rapporto.

«Le impronte erano là dove aveva detto Gigante» riferì a Mormont, davanti alla sua grande tenda nera. «Giù sulla riva del fiume, ma forse erano impronte vecchie.»

«Peccato.» Jeor Mormont, lord comandante dei Guardiani della notte, aveva il cranio calvo e una lunga, ispida barba grigia. La sua voce era stanca quanto la sua faccia. «A tutti noi, avrebbe fatto un gran bene un po’ di carne fresca.»

Il corvo appollaiato sulla sua spalla mosse la testa su e giù. «Carne, carne, carne» fece eco.

“Potremmo sempre mangiarci quei cani fottuti.” Invece di proporlo, Chett tenne la bocca chiusa fino a quando il Vecchio orso non lo congedò. “E questa è l’ultima volta che m’inchino per te” rimuginò tra sé con soddisfazione.

Gli parve che stesse facendo addirittura più freddo, anche se era pronto a giurare che non fosse possibile, in natura, sentire ancora più freddo di così. I cani erano rannicchiati gli uni contro gli altri nel duro fango congelato, e Chett resistette alla tentazione di andare a rannicchiarsi assieme a loro. Invece, si avvolse la sciarpa di lana nera intorno al collo e al viso, lasciando solo una fessura per la bocca. Scoprì che sentiva più caldo se continuava a muoversi, così camminò lentamente lungo il perimetro difensivo. Portò con sé una manciata di foglie amare, e ne diede alcune da masticare a un paio dei confratelli neri che montavano la guardia, fermandosi ad ascoltare quello che avevano da dire. Nessuno degli uomini del turno di giorno faceva parte del suo piano, ma non era male avere comunque un’idea di che cosa pensavano.



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