
Trecento confratelli giurati dei Guardiani della notte avevano cavalcato a nord, duecento dal Castello Nero e altri cento dalla Torre delle ombre.
Era la più grande spedizione a memoria d’uomo: quasi un terzo dell’intera forza della Confraternita in nero. Intendevano trovare Benjen Stark, ser Waymar Royce e gli altri ranger dispersi. E volevano capire per quale ragione i bruti stavano abbandonando i loro villaggi. Bene, da quando avevano lasciato la Barriera, di Ben Stark e degli altri non avevano trovato traccia. In compenso, avevano scoperto dov’erano andati ad ammassarsi i bruti: su nelle gelide vette degli impervi Artigli del Gelo. Per quanto riguardava Chett e le sue vesciche, potevano rimanere a fottersi lassù fino alla fine dei tempi.
Invece no. Adesso i bruti stavano calando verso il basso. Lungo il Fiumelatte.
Chett alzò lo sguardo. Eccolo, il Fiumelatte. Rive rocciose assediate dal ghiaccio; pallide acque lattiginose che scorrevano senza fine dagli Artigli del Gelo. E ora, Mance Rayder e i suoi bruti stavano seguendo quella medesima corrente. Thoren Smallwood era tornato tre giorni prima, pieno di affanno. Mentre riferiva al Vecchio orso quello che avevano trovato, il suo uomo Kedge Occhiobianco lo aveva detto al resto dei confratelli.
«Sono ancora molto in alto, ma stanno arrivando» precisò Kedge, riscaldandosi le mani alle fiamme di un falò. «Harma Testa di cane, la troia butterata, guida l’avanguardia. Goady è strisciato fino al loro accampamento e l’ha vista bene in faccia, vicino a uno dei fuochi. Quell’imbecille di Tumberjon voleva inchiodarla con una freccia, ma Smallwood ha avuto più buonsenso.»
Chett sputò per terra. «Ma quanti sono, sei in grado di dirlo?»
«Tanti e tanti. Venti, trentamila, non siamo rimasti a contarli. Harma ne aveva cinquecento nell’avanguardia, e tutti a cavallo.»
