
Meglio così, pensò Delanna. Questo significa che riuscirò a spuntare un buon prezzo.
«Però, ovviamente va detto anche che è in pessime condizioni.»
Ovviamente.
«Credo che tua madre sia stata la prima a fare schiudere uova d’oca su Keramos,» la informò Doc Lyle, vaccinando l’ultima oca. «Si trattava di oche Toulouse, con il piumaggio grigio come quello delle Juno.»
«Non so se fossero oche Toulouse, però ricordo che erano enormi. Dovevo dare loro da mangiare ogni giorno,» rivelò Delanna. «Io le odiavo.»
Il veterinario scostò goffamente le piume dell’oca. «L’odio non sembra essere durato.»
Delanna arricciò il naso. «Vista la puzza di queste oche, potrebbe tornare molto in fretta,» replicò, ma continuò a tenere stretta l’oca mentre il veterinario le spruzzava l’ala di colorante.
Quando tutte e tredici le oche poterono sfoggiare macchie verdi sulle loro ali sinistre e vennero messe al sicuro in gabbie pulite, Delanna seguì il veterinario fuori dal recinto. Doc Lyle prese il fascio di fogli e iniziò a inserire i dati nel computer.
Delanna si avvicinò all’entrata del magazzino e guardò all’esterno. Non vide alcun segno che stesse arrivando qualcuno, neppure Jay Madog o il pilota. Tornò di nuovo dentro, tirò giù dalla parte superiore della cassa un sacco di mangime e iniziò a distribuirlo agli uccelli in gabbia. Il cibo fece svanire come per magia la ritrosia dei pennuti, che si accalcarono l’uno sull’altro, starnazzarono e inghiottirono i chicchi mentre ancora cadevano dal sacco. Chinandosi, Delanna sparse i chicchi come ricordava di avere fatto molti anni prima: tracciando una lunga scia lungo i bordi della gabbia, in modo che tutte le oche, non solo quelle più grandi, potessero mangiare.
«Ma bene, vedo che sei ancora qui,» commentò Jay Madog. «E quel tuo amico non c’è, il che significa che posso darti un passaggio in città.» Si protese verso di lei. «E poi andremo al lago di cui ti ho parlato.»
