Il pilota di navetta scrollò di nuovo le spalle. «Gilby se n’è già andato a casa,» le spiegò. «Di solito è lui che si occupa dei passeggeri, quando ne abbiamo qualcuno, ma qualche volta non ce la fa ad andare oltre i bar della città.»

«Ma sicuramente ci sarà qualcun altro.»

Il pilota scosse la testa. «Ci siamo solo io e Gilby, fino a quando non giungerà l’epoca del raccolto autunnale delle coltivazioni destinate alla vendita,» spiegò, poi aggiunse in tono pensieroso, «Per quelli che le coltivano.»

«E lei?»

«Noi tentiamo di accontentare i passeggeri,» rispose il pilota con un tono che Delanna non trovò per nulla convincente, «ma devo scaricare la navetta prima che faccia buio. Le casse funzionano a energia solare e, come può vedere chiaramente anche lei, è quasi il tramonto.»

Delanna fissò l’enorme palla dorata all’orizzonte, sentendosi, sia pure per solo un istante, spaesata e triste come si era sentita quando era scesa per la prima volta su Rebe Primo: una bambina di cinque anni appena arrivata in una strana scuola situata in una strana città su un pianeta ancora più strano. Allora, come adesso, era stata completamente sola: i suoi amici erano rimasti a Gay Paree e ormai erano quasi dieci mesi che sua madre riposava in una tomba, da qualche parte nelle vicinanze di Milleflores Lanzye. Ma adesso lei non era più una bambina. Respirò a fondo.

«Non posso certo camminare con queste,» affermò, indicando le scarpe con i tacchi alti e ornate di un fiocco. Senza dubbio il pilota non poteva non rendersi conto che per lei camminare a lungo era assolutamente impossibile.

«Be’, immagino che se non le dispiace viaggiare su una cassa, potrei portarla fino al magazzino merci.»

Delanna osservò con attenzione la cassa, poi finalmente annuì: qualsiasi mezzo di trasporto sarebbe stato meglio di camminare.



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