
Il pilota si chinò sotto la tozza ala della navetta e si avvicinò al portellone della stiva. Delanna lo osservò tirare una leva e poi scostarsi mentre la prima cassa scendeva lungo la rampa. Come tutte le altre casse, era sigillata, ma era dotata di serbatoi d’ossigeno e un cartello scritto a mano avvertiva, «Bestiame! Proteggere da sbalzi di temperatura estremi.» Udì uno starnazzare sommesso. Fantastico: avrebbe dovuto viaggiare su una cassa di oche, ma a Gay Paree aveva diviso i taxi con compagni di viaggio ancora più strani e alcuni di loro avevano avuto voci molto simili.
Si appollaiò sulla cassa metallica e strinse saldamente il portadocumenti da viaggio e la sacca mentre il pilota camminava a fianco della cassa, filoguidandola. Quando la cassa abbandonò la pista, il viaggio divenne alquanto disagevole e Delanna fu costretta a reggersi al gancio per la gru al centro della cassa.
Chiuse gli occhi per difendersi dai raggi del sole e si appoggiò al gancio. La luce del sole splendeva calda sul suo volto, nell’aria aleggiava un meraviglioso profumo di terra e di erba falciata di fresco. Ebbe l’impressione che apprezzarlo la rendesse quasi una traditrice: sua madre aveva odiato qualsiasi cosa avesse a che fare con Keramos; più di ogni altra cosa avrebbe voluto fuggire dal pianeta, ma non ci era riuscita. Lo odierei anch’io, se fossi bloccata qui, pensò Delanna, ma in quel momento l’aria fresca, il calore e gli ampi spazi le sembravano assolutamente meravigliosi, dopo il lungo viaggio nella nave angusta e dall’atmosfera stantia.
Improvvisamente il sole scomparve e Delanna aprì gli occhi. Il pilota aveva guidato la cassa nell’ombra del magazzino, le cui pareti esterne erano ricoperte di mattonelle di ceramica azzurre; era così buio che in un primo momento Delanna non si accorse del varco, ancora più buio, di un portello per le merci aperto. Poi due uomini uscirono dall’ombra e la salutarono.
