
Le luci si spensero. «Ehi!» esclamò. Le luci si riaccesero.
«Mi scusi,» disse una voce femminile. Percorse l’aula a gomito ed entrò nella sala. Aveva i capelli neri e corti, e indossava una gonna e una giacca sportiva. Protese la mano. «Sono Carolyn Hendricks. Non sapevo se lei fosse qui o no e non volevo rimanere chiusa dentro. Sherri si è dimenticata di darmi la chiave. Ho chiamato un paio di volte, ma la stanza è isolata acusticamente e bisogna strillare per farsi sentire.»
Lui le strinse la mano. «E lei sapeva che mi sarei messo a strillare se avesse spento le luci?»
«Sì,» disse lei. «L’anno scorso ho fatto dei test per l’udito proprio qui, e i ragazzi della terza si divertivano molto a spegnere le luci mentre uscivano.» Sorrise. «Ho strillato a lungo.» Aveva un sorriso dolce.
«Per un attimo ho pensato che fossi stato io a far saltare la corrente,» disse lui indicando il groviglio di cavi. «Lei ci crede che in tutta la sala c’è un’unica presa?»
«Sì,» disse lei. Lo guardò mentre collegava l’analizzatore a spettro al cavo di alimentazione. «Forse sarebbe una buona idea se domani portassi una torcia, solo nel caso che bruciassimo un fusibile.»
«O una lampada da minatore,» disse lui, dando un’occhiata al retro dell’analizzatore. «Quando ha spento le luci qui è diventato buio pesto.»
«“Buio come un pozzo da polo a polo”,» disse lei.
Andrew la fissò.
«Io la conosco,» disse.
«Eh?» disse lei, socchiudendo gli occhi come si fa quando si cerca di decidere se una persona ha un’aria familiare o no.
«È mai stata alla Duke University?»
«No,» rispose lei, guardinga.
«E immagino che di recente non sia stata in Tibet.»
«No,» disse lei, ancora più guardinga, e Andrew si rese conto tutto a un tratto di come doveva suonare tutto ciò, specialmente laggiù, nel buco nero di Calcutta.
