«Mi scusi,» disse. «Non vorrei che pensasse che volevo attaccare bottone. Lei deve ricordarmi qualcuno,» aggiunse, aggrottando la fronte.

Era una menzogna. Non gli ricordava nessuno. Era certissimo di non averla mai vista prima, ma per una frazione di secondo, quando lei aveva detto “buio come un pozzo da polo a polo”, avrebbe giurato di conoscerla già.

Carolyn aveva ancora l’aria guardinga. Lui disse. «Ciò che mi serve da lei è che mi aiuti a sistemare questa attrezzatura in modo che possiamo muoverci. Se riusciamo a spostare quello,» e indicò il convertitore di risonanza, «accanto alla lavagna, poi vediamo di togliere di mezzo le sedie…»

«Certo,» disse lei, infilandosi fra l’oscilloscopio e il magnetometro per dargli una mano. Insieme sollevarono il convertitore di risonanza, lo trascinarono accanto alla lavagna e lo posarono a terra. «Se non ne ha bisogno, possiamo portare un po’ di queste sedie fuori dalla sala,» disse lei. «Possiamo metterle nel ripostiglio.»

«Grande,» disse lui.

«Vado a farmi dare la chiave dal portiere,» disse lei. Fece per sollevare una delle sedie, e invece la rovesciò.

«Io…» disse Andrew, inciampando sulla sedia.

Carolyn raccolse la sedia e lo guardò con aria interrogativa.

«Lasciamone un paio per noi,» disse lui con voce fiacca. «E una per il bambino che sottoporremo ai test. E magari sarà meglio lasciarne altre due per il dottor Young e la dottoressa Lejeune, nel caso vogliano assistere. Lasci cinque sedie.»

«D’accordo,» disse lei e si allontanò.

«Io la conosco,» disse Andrew, seguendola con lo sguardo. «Io la conosco.»


La dottoressa Lejeune passò mezza giornata a mettere insieme i componenti del computer e il resto a cercare il dottor Young.



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