La ragazza balzo in piedi di scatto, stringendosi al petto la sua cassettina di pronto soccorso.

– Non mi piacete – dichiaro. – Credo proprio che non vi assumero.

State insinuando che Orrin abbia fatto qualcosa di male. Ebbene, vi posso assicurare che non e Orrin, la pecora nera della nostra famiglia.

Non battei ciglio. Lei fece dietrofront e s'avvio alla porta a passo di marcia, poso le dita sulla maniglia, poi fece di nuovo dietrofront, torno indietro, sempre a passo di marcia, e improvvisamente scoppio a piangere. Io reagii esattamente come un pesce imbalsamato reagisce all'esca. La ragazza tiro fuori un fazzolettino, e si fece il solletico agli angoli degli occhi.

– E ora immagino che chiamerete la p-p-polizia – disse con voce rotta.

– E il g-g-giornale di Manhattan verra a sapere tutto e stampera qualcosa di d-d-disgustoso sul conto nostro.

– Voi non immaginate niente di simile. Smettetela di straziarmi il cuore. Su, vediamo una foto del giovanotto.

Lei ripose alla svelta il fazzoletto, pesco qualcos'altro nella borsa, e me lo passo. Una busta. Molto sottile. Pero poteva contenere due istantanee.

Non vi guardai dentro.

– Descrivetemelo come lo vedete voi – dissi.

La ragazza si concentro. Questo le diede modo di fare qualche mossa inutile con le sopracciglia.

– Orrin ha compiuto ventott'anni nel maggio scorso. Ha i capelli castano-chiari, molto piu chiari dei miei, e li tiene spazzolati all'indietro. Anche gli occhi li ha d'un azzurro piu chiaro. E molto alto, piu di uno e ottantacinque. Ma pesa solo sessantatre chili. E piuttosto ossuto. Una volta portava un paio di baffetti biondi, ma mamma glieli ha fatti tagliare. Sosteneva…

– Non me lo dite. Il prevosto ne aveva bisogno per imbottire un cuscino.

– Non potete parlare cosi di mia madre – scatto lei, bianca di rabbia.



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