
Lei fece di si col capo, in silenzio.
– Cosi comincia a spassarsela – continuai. – Ma non sa come si fa.
Anche per questo ci vuole esperienza. Cosi perde un po' la trebisonda con una ragazzetta leggera e una bottiglia di liquore, e dopo gli pare di aver rubato le mutande al vescovo. Dopotutto il ragazzo ha quasi ventinove anni, e se vuole far qualche porcheriola e affar suo. Dopo un po' trovera qualcuno cui dare la colpa.
– Mi fa orrore credervi, signor Marlowe – disse la ragazza, lentamente. – Mi fa orrore per mamma…
– Avevamo detto qualcosa a proposito di venti dollari – interruppi.
Lei parve scandalizzata.
– Devo pagarvi ora?
– Come si farebbe a Manhattan, Kansas?
– Non abbiamo investigatori privati a Manhattan, c'e solo la polizia regolare. Cioe non credo che abbiamo investigatori…
Frugo di nuovo nella sua cassettina degli arnesi e pesco un borsellino rosso dal quale trasse un certo numero di banconote, piegate con cura, una per una. Tre fogli da cinque e cinque da uno. Tenne la borsa in modo che potessi vedere quanto era vuota. Poi spiego i biglietti di banca, sulla scrivania, li mise uno sopra l'altro, e li spinse verso di me. Molto lentamente, con infinita tristezza, come se stesse annegando il micino prediletto.
– Vi daro una ricevuta – dissi.
– Non mi occorre una ricevuta, signor Marlowe.
– Ma a me si. Non volete darmi il vostro indirizzo, percio ho bisogno di qualcosa con la vostra firma.
– Per che farne?
– Per dimostrare che vi rappresento. – Presi un blocco di ricevute, compilai un modulo, e le porsi il libretto, per farle firmare il duplicato. Lei non ci teneva affatto. Dopo un momento prese la matita, con riluttanza, e scrisse "Orfamay Quest" con una grafia ordinata, da segretaria, attraverso la facciata del duplicato.
