
– Non vi disturbate per la pistola. La citta e piena di ferrivecchi. Il coltello, invece, potete lasciarlo a Clausen. Ho dovuto sudarci sopra parecchio, per metterlo a punto.
– E dopo? L'avete usato molto?
– Puo darsi. – Agito un dito al mio indirizzo, allegramente. – Forse ci incontreremo ancora, un giorno o l'altro. Magari quando saro con un amico.
– Ditegli che si metta una camicia pulita – consigliai. – E che ve ne presti una.
– Oh cielo, oh cielo – fece l'omino con aria di disapprovazione. – Come diventiamo cattivi, appena abbiamo la patacca dietro al risvolto.
Mi passo davanti, senza rumore, e scese i gradini di legno del portico. I suoi passi risonarono lungo la strada, e pian piano si spensero. Somigliavano molto al ticchettio delle scarpine di Orfamay, lungo il corridoio del mio ufficio. E per qualche misteriosa ragione io provai un senso di vuoto, come se avessi calcolato male le briscole. Ma non c'era nessuna ragione.
Nessuna. Forse era la durezza dell'omino. Niente gemiti, niente proteste.
Solo quel sorriso, quel fischiettare fra i denti, la voce noncurante e gli occhi che non dimenticavano.
Andai a raccogliere il coltello. La lama era lunga, rotonda e sottile, come una lima che fosse stata levigata. L'impugnatura e la guardia erano di materia plastica leggera, e parevano tutte d'un pezzo. Afferrai l'arma per l'impugnatura e assestai una rapida pugnalata al tavolo. La lama si stacco e rimase infissa nel legno, vibrando.
Trassi un profondo respiro, infilai di nuovo il manico sul fittone di metallo e riuscii a scalzare la lama dal tavolo. Un coltello curioso, con un disegno e uno scopo ben definiti e tutt'altro che gradevoli.
