
Apersi la porta che dava nell'interno della casa, e varcai la soglia, col coltello e la pistola in una mano sola.
Mi trovai in un salotto con un letto a muro, e il letto era tirato giu e mezzo disfatto. C'era una poltrona imbottita con un buco bruciacchiato in un bracciolo. Una scrivania alta, di quercia, con gli sportelli obliqui come le porte d'una cantina all'antica, era appoggiata al muro, vicino alla finestra di strada. Poco distante c'era un divano e sul divano giaceva un uomo. I suoi piedi, avvolti in calzini grigi, pieni di protuberanze, sporgevano dall'orlo del sedile. La testa aveva mancato il cuscino di mezzo metro buono. Non era stata una gran perdita, a giudicare dal colore della federa. L'uomo portava una camicia senza colore e una giacca di maglia grigia, molto lisa.
Aveva la bocca aperta, il viso lustro di sudore e respirava come una vecchia Ford col dotto della benzina guasto. Su un tavolo, al suo fianco, c'era un piatto pieno di mozziconi di sigaretta, alcuni dei quali avevano l'aria d'esser fatti a mano. Sul pavimento una bottiglia di gin quasi piena e una tazza che pareva aver contenuto caffe, ma tutt'altro che di recente. Nella stanza dominavano l'odore di gin e l'aria viziata, ma c'era anche una vaga reminiscenza di fumo di marijuana.
Apersi una finestra e appoggiai la fronte all'imposta per respirare una boccata d'aria piu fresca e osservai la strada. Due ragazzini compivano evoluzioni in bicicletta, lungo la staccionata del magazzino di legname, fermandosi di tanto in tanto, per studiare gli esemplari di arte da caserma, sull'assito. Nient'altro si moveva, nel vicinato. Nemmeno un cane. All'angolo della via c'era una nuvola di polvere, nell'aria, come se fosse appena passata un'automobile.
Mi avvicinai alla scrivania. In un cassetto c'era il registro degli ospiti.
Sfogliai le pagine all'indietro, finche arrivai al nome: "Orrin P. Quest" vergato in una scrittura appuntita e meticolosa, e le parole "N.
