– Filate – ordino. – Ho degli amici, io. – Diede un'occhiata al telefono a muro, poi si volto a guardarmi, con aria astuta. – Un paio di ragazzi che vi sistemeranno – spiego in tono sprezzante. Io non apersi bocca.

– Non mi credete, eh? – ruggi, montando improvvisamente in collera.

Scossi il capo. L'uomo si diresse al telefono, strappo il ricevitore dal gancio e compose le prime cinque cifre di un numero. L'osservai attentamente. Uno-tre-cinque-sette-due.

Questo consumo tutte le sue energie, per il momento. Lascio ricadere il ricevitore contro il muro, con fracasso, e si sedette sul pavimento, di fianco ad esso. Poi vi poso contro l'orecchio e mugolo, rivolto alla parete:

– Fatemi parlare col dottore. – Ascoltai in silenzio. – Vince! Il dottore! – urlo l'uomo, rabbiosamente.

Scosse il ricevitore e lo getto lontano da se. Poi poso le mani sul pavimento e comincio a girare in tondo, carponi. Quando mi scorse parve sorpreso e irritato. Si alzo di nuovo in piedi tremando e tese una mano:

– Datemi un cicchetto.

Ricuperai il bicchiere e munsi di nuovo la bottiglia del gin. L'uomo accetto il liquore con la dignita di una vedova ubriaca e lo butto giu con un gran gesto. Poi si diresse tranquillamente verso il divano e si sdraio, usando il bicchiere per cuscino. Si addormento di colpo.

Riappesi il ricevitore al suo gancio, diedi un'altra occhiata in cucina poi perquisii l'uomo sdraiato e in una tasca pescai un mazzo di chiavi. Una era un passe-partout. La porta del corridoio aveva una serratura a scatto. La sistemai in modo da poterla riaprire e mi incamminai su per le scale. Lungo il tragitto mi fermai per scrivere su una busta: Dott. Vince, 13572. Forse era un indizio.

Tutta la casa era in silenzio, mentre salivo.

CAPITOLO IV

La chiave universale del direttore giro silenziosamente nella serratura della camera 14. Spinsi la porta. La camera non era vuota. Un uomo tozzo, robusto, era chino su una valigia, posata sul letto, e dava le spalle all'uscio.



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