
– Non mi sentirei di assumere un investigatore che faccia uso di alcool, in nessuna forma. Non approvo nemmeno il tabacco.
– Avete niente in contrario se pelo un'arancia?
Colsi un'aspirazione brusca all'altro capo del filo.
– Potreste almeno parlare come un gentiluomo – osservo la voce.
– Vi conviene provare al circolo universitario – consigliai. – Ho sentito dire che laggiu di gentiluomini ne sono avanzati un paio, ma non so se vi permetteranno di metterci le mani sopra.
E deposi il ricevitore. Fu un passo nella giusta direzione, ma non andai abbastanza lontano. Avrei dovuto chiudere la porta a chiave e nascondermi sotto la scrivania.
CAPITOLO II
Cinque minuti dopo suono il campanello alla porta del mezzo ufficio che mi serve da sala d'aspetto. Udii il battente richiudersi, Poi piu nulla. L'uscio tra la mia stanza e quell'altra era semiaperto. Ascoltai e venni alla conclusione che qualcuno aveva guardato dentro, si era accorto di aver sbagliato ufficio e se ne era andato senza entrare. Poi risono un toc-toc soffocato sul legno. Segui la tossetta che si usa per il medesimo scopo. Tirai giu i piedi dalla scrivania, mi alzai e guardai fuori. La ragazza era la. Non fu necessario che aprisse bocca, per dirmi chi era. E nessuno aveva mai somigliato meno a Lady Macbeth. Era una ragazzetta linda, dall'aria piuttosto affettata, coi capelli castani, pudicamente lisci e un paio d'occhiali dalla montatura invisibile. Portava un abito a giacca marrone evidentemente comprato fatto, e da una cinghia sulla spalla le pendeva una di quelle goffe borse quadrate che fanno pensare a una Sorella della Carita che porta i primi soccorsi ai feriti. Sui capelli lisci, marrone, posava un cappellino che era stato strappato dalle mani della mamma in troppo tenera eta. Niente trucco, niente rossetto, niente gioielli. Erano gli occhiali non cerchiati a darle quell'aria da bibliotecaria.
