– Non e il modo di parlare alla gente per telefono – mi disse in tono austero. – Dovreste vergognarvi.

– Sono troppo orgoglioso per farlo vedere – replicai. – Venite avanti.

Le tenni aperta la porta. Poi le offersi una poltrona. Lei si appollaio sull'orlo del sedile, su una strisciolina di si e no cinque centimetri.

– Se parlassi cosi a un paziente del dottor Zugsmith perderei il posto – dichiaro. – Tiene in modo particolare al mio contegno coi pazienti… persino con quelli difficili.

– Come sta, il vecchio? Non l'ho piu visto, dalla volta che sono cascato dal tetto del garage.

Lei parve sorpresa, ma rimase perfettamente seria.

– Ma… non potete conoscere il dottor Zugsmith!

La punta di una lingua piuttosto anemica fece capolino tra le labbra e ando furtivamente in cerca di nulla.

– Conosco un certo dottor George Zugsmith di Santa Rosa – affermai.

– Oh, no. Io parlo del dottor Alfred Zugsmith di Manhattan, Manhattan Kansas, sapete, non Manhattan New York.

– Dev'essere un altro dottor Zugsmith – osservai. – E il vostro nome?

– Non so ancora se ve lo diro.

– State solo dando un'occhiata alle vetrine, eh?

– Suppongo che si possa dire cosi. Se devo raccontare i miei affari di famiglia a un perfetto estraneo avro per lo meno il diritto di decidere se e una persona di cui mi possa fidare.

– Ve l'ha mai detto nessuno che siete una pupetta in gamba?

– Voglio sperare di no.

Presi una pipa e cominciai a riempirla.

– "Sperare" non e il termine esatto – affermai. – Buttate via quel cappellino e compratevi un paio di occhiali con la montatura colorata. Sapete, quelli obliqui, che fanno tanto orientale…

– Il dottor Zugsmith non mi permetterebbe mai una cosa del genere – disse lei, in tono frettoloso. Poi soggiunse: – Credete davvero? – e arrossi, impercettibilmente.

Accesi la pipa e soffiai una boccata di fumo di fronte a me. La ragazza sbatte le palpebre.



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